La Silva Brutia

Sulle arrotondate dorsali e sui dolci declivi così come nelle interposte valli e conche e tutt’intorno ai laghi dell’altopiano silano domina imponente e vigoroso il bosco: pinete di pino laricio e faggete (a fustaia o ceduo) a cui, in modo sporadico o in gruppi più o meno estesi, si associano, si frappongono e si accompagnano abeti, pioppi tremoli, cerri, castagni, aceri, ontani, frassini, olmi, agrifogli, ecc.. E, giustapposti, pascoli e campi in un’alternanza che, frazionando il bosco, disegna e caratterizza il paesaggio: pacato e austero e, a un tempo, semplice e solenne. L’attuale foresta configura quanto rimane del più vasto rivestimento selvoso dell’Italia Meridionale: da sempre sicuro punto di riferimento di ingente rilevanza economica; nel passato fonte inesauribile di legno e resina: materie prime preziose per costruzioni. A ciò basti la testimonianza di DIONIGI di ALICARNASSO: “….I Bruzi furono costretti a cedere ai romani una metà della loro regione montana che è detta Selva, piena di legno atto a edificazioni di case e navi e qualsivoglia uso a cui il legno si presta”. E doveva essere foresta ben più estesa, ignota e suggestiva, ricca e famosa se anche VIRGILIO, STRABONE e PLINIO cantano e riferiscono della maestosità della “silva brutia” .

Si è detto – e non a caso – i resti dell’antica silva – da cui Sila - : e, invero, molte vicissitudini l’hanno segnata e attraversata. Alla distruzione dei boschi per favorire il pascolo operata dai romani ”pascitur in magna Silva formosa juvenca” – i cui effetti tuttora si riverberano in modo significativo ed evidente – si aggiungano le successive trasformazioni – per altro prefigurate e, ex professo, suggerite da LAMANNA (1783) – che, a quelle sovrapponendosi, hanno determinato profonde, talvolta devastanti, modificazioni del paesaggio, minando anche la stabilità del suolo. Valga quanto affermato da ZURLO (1852) “… le terre atte a semina non erano sufficienti al bisogno. Ecco dunque assolutamente impossibile che non si sboscasse; ed incominciato una volta il costume di distruggere i boschi, è stato impossibile di mantenerlo nei giusti limiti”.

E in merito alle improprie e disgreganti modalità d’uso del territorio, CARULLO (1940) così si esprime: “ i boschi privati si tagliavano e bruciavano in posto provocando la cinesi cioè la cenere fertilizzante per il suolo nudo che veniva coltivato poi per cinque, dieci anni di seguito, sfruttando l’accumulata fertilità del terreno. Subentrava poi l’abbandono della coltura, il magro pascolo e ancora per le isterilite condizioni di vegetazione, l’abbandono del terreno, l’esodo, il dilavamento delle acque , la roccia squallida al posto ove prima cresceva rigoglioso il bosco”.

In seguito – dopo l’ultimo conflitto – la pratica del disboscamento indiscriminato e la colonizzazione di vaste aree dell’altopiano è continuata, provocando guasti e deturpazioni irreparabili o, talvolta, ferite rimarginabili solo parzialmente, quantunque in tempi molto lunghi e con grande dispendio di energia, lavoro e capitali.

E nonostante si sia provveduto alla costituzione del Parco Nazionale della Calabria, i rischi incombenti sulla foresta sono vari e di diversa natura. Non occorrono, come dire?, particolari intuizioni o conoscenze per comprendere come i pericoli siano in gran parte configurabili in due momenti: il primo legato al pascolo eccessivo e incontrollato – esercitato, spesso abusivamente, per molti mesi dell’anno – che impedisce l’affermazione della rinnovazione naturale e preclude al bosco la possibilità dell’autonoma reinserzione in aree denudate ove prima si estendeva sovrano; il secondo connesso a vari aspetti della cosiddetta “terza dimensione” della foresta: - in tal senso la domanda sale con forza e diviene prioritaria e preponderante – e, di conseguenza, si assiste, spesso impotenti, alla corsa all’installazione di impianti turistici, alla costruzione di infrastrutture e all’edificazione di insediamenti residenziali che lacerano in modo irreversibile il manto forestale.

L’impegno, invero notevole, profuso negli anni sessanta per la riacquisizione al demanio di vaste aree e per la ricostituzione del bosco con effetti significativamente positivi sotto l’aspetto biologico, ecologico, selvicolturale, di difesa e uso razionale, corre l’alea di essere vanificato sotto i colpi scompaginati di molteplici fattori di disturbo e di contaminazione.

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