Il Pino Laricio

La specie di Pinus nigra Arnold, sensu lato, è caratterizzata da un’area di distribuzione circummediterranea vasta e frazionata: dalla Spagna a ovest fino alla Crimea e all’Asia minore a est, dall’Austria a nord fino all’Algeria e al Marocco a sud. Queste aree isolate di vegetazione hanno favorito la creazione di altrettante entità biologico-sistematiche, spesso considerate specie distinte, derivate da un’ipotetica specie primitiva.

Benché tutte queste entità posseggano caratteristiche differenziali di identificazione abbastanza precise, in pratica il loro riconoscimento è tutt’altro che semplice: esistono forme di passaggio che spesso hanno ingenerato confusione, anche per la pluralità di denominazioni volgari: pino nero, pino laricio, pino austriaco, pino calabrese, ecc. (CIANCIO, GELLINI e GROSSONI,1976).

Attualmente la classificazione del FUKAREK (1958) è quella più comunemente accettata (DEBAZAC, 1964, ecc). La specie collettiva Pinus nigra è suddivisa in quattro sottospecie geografiche:

  • la sottospecie clusiana Clem. Ex Arias, che comprende le forme del settre occidentale e meridionale dell’areale: Cevennes, Pirenei Spagna e Africa del nord (Djurdjura algerino, Rif occidentale marocchino);
  • la sottospecie laricio Poiret, che comprende le forme geografiche dela Corsica, dela Calabria e della Sicilia;
  • la sottospecie nigricans Host., che raggruppa le forme geografiche austriache, jugoslave e dell’Italia centrale (pino nero di Villetta Barrea), della Grecia, della Romania e della Bulgaria;
  • la sottospecie pallasiana Lamb., che occupa il settore orientale (Turchia asiatica, Crimea e Cipro).

In questa classificazione la sottospecie laricio Poiret viene distinta nelle varietà corsicana e calabrica, distribuite la prima in Corsica e la seconda in Calabria e Sicilia.

GELLINI e CAVALLI (1978) hanno segnalato il ritrovamento sui Monti Pisani di tre esemplari di pino laricio, già segnalati dal SAVI nel 1798 e dal LONGO nel 1920.

Fino a poco tempo fa la differenziazione nelle due varietà era basata principalmente sulle caratteristiche tecnologiche del legno- in parte imputabili anche alle diverse tecniche colturali – e su quelle morfologiche degli aghi (ARBEZ e MILLER 1971). Secondo alcuni il pino laricio di Calabria rispetto a quello di Corsica presenta una più elevata produttività (POURTET , ROL e TURPIN, 1954; PARDE’ e TURPIN, 1959).

L’area di indigenato del pino laricio in Italia può essere identificata in tre settori: Sila, Aspromonte e Etna. Le pinete più importanti si trovano in Calabria nella Sila (Sila Greca a nord, Sila Grande al centro e Sila Piccola a sud) in provincia di Cosenza e di Catanzaro. In questa estesa area si valuta che il pino laricio occupi, tra m 900 e m 1600 d’altitudine, una superficie di circa 38-40000 ettari, di cui circa 20000 in popolamenti puri.

All’estremità della Penisola, sull’Aspromonte, la superficie occupata dalle piante si stima intorno ai 3000 ettari, di cui 2000 allo stato puro. Il pino occupa un’area compresa tra m 1100 e m 1700 di quota, anche se nel versante nord è possibile riscontrare piccoli soprassuoli a un’altitudine di m 900.

In Sicilia, sui versanti dell’Etna, i popolamenti puri di pino laricio si trovano tra m 1200 e m 2000 e si sviluppano intorno ai 3500 ettari.

Nel complesso in Italia, le pinete di pino silano si estendono su una superficie quasi doppia di quella delle pinete di pino di Corsica, che secondo GUISLAIN (1955) occupa nell’isola circa 22000 ettari.

Il pino laricio di Calabria è specie relativamente termo-xerofila, e ciò, soprattutto, se posta a confronto con il faggio e l’abete. Tuttavia, esige precipitazioni annue abbondanti: nell’area di indigenato l’aridità estiva è attenuata dalla presenza di nebbie e dall’umidità atmosferica. I valori della temperatura media annua non scendono al di sotto di 7°; quelli del mese più freddo (gennaio) di -2°; quelli del mese più caldo (agosto) non superano i 25°. La media dei minimi annui è maggiore di -18°. L’escursione termica annua si aggira intorno ai 20°.

Il pino silano predilige suoli sciolti, profondi, permeabili, a reazione acida o sub-acida derivanti dal disfacimento di graniti e scisti: e tuttavia – malgrado sia considerato calcifugo – in taluni casi può adattarsi anche a suoli calcarei purché sufficientemente umidi.

E’ specie nettamente eliofila: tollera la densità laterale ma esige elevata illuminazione superiore. Tende a formare boschi puri anche di notevole estensione.

E’ albero con portamento slanciato, non molto rastremato – il cosiddetto “pino bello”, posto sulla strada che dal bivio Lago di Cecita porta alla Fossiata, è noto per la forma quasi cilindrica del fusto e per essere privo di rami fin oltre i due terzi dell’altezza - , con chioma appuntita e di forma piramidale nella fase giovanile, poi arrotondata e, in età avanzata, appiattita. Può raggiungere e superare l’altezza di m 50 – un esemplare, ora stroncato, nel 1976 è stato misurato m 51,50 – e il diametro di cm 187: a 80-100 anni arriva facilmente all’altezza di m 40 e al diametro di cm 45-50.

Il pino laricio di Calabria è longevo (4-5 secoli). La fruttificazione è precoce e abbondante. La rinnovazione su suoli smossi per l’esbosco o su quelli nudi o coperti da felce aquilina si insedia uniformemente e densissima. Laddove, invece, esiste uno strato erbaceo o arbustivo più o meno denso è necessario asportare la vegetazione e seminare. L’accrescimento in altezza è sufficientemente rapido; quello in diametro è precoce e sostenuto anche prima della culminazione dell’incremento longitudinale.

Gli impianti, in genere, vengono effettuati per piantagione su suoli lavorati parzialmente: a buche, a strisce, a gradoni, ecc.. A 15-20 anni, in stazioni ottimali, è possibile rilevare masse di 150.180 m cubi per ettaro. In Sila è normale riscontrare pinete mature con provvigioni di 700- 800 metri cubi per ettaro.

Nelle semine e nelle piantagioni molto dense non bisogna trascurare gli sfollamenti. Allo scopo di favorire l’autopotatura e, soprattutto, di ricavare assortimenti richiesti dal mercato, i diradamenti vengono effettuati intorno a 25-30 anni: e vengono ripetuti a intervalli regolari (8-10 anni) fino all’età di 50 o, tutt’al più, 60 anni.

Il trattamento adottato è il taglio a raso su piccole strisce (2000 m₂, in genere m 20 x m 100) che consente l’ottenimento della rinnovazione naturale: in taluni casi però questa non è sufficiente ed è pertanto, necessario integrare la disseminazione – laterale o superiore – con semine. I tagli successivi, d’altra parte, pur fornendo ottimi risultati, in occasione dei tagli secondari e, soprattutto, del taglio di sgombero, provocano danni estremamente gravi al novellame. Si ritiene che il cosiddetto taglio “a schiumarola” , cioè un taglio a buche di piccole dimensioni (300-500 m₂), sia il trattamento che meglio si adatti al pino laricio della Sila. Il turno – prima fissato in 100-120 anni – si aggira intorno a 80 anni.

Il legno presenta alburno chiaro e durame rosso scuro, distinto e ben marcato. In alcune zone (Gallopane) esiste una buona percentuale di individui in cui la duramificazione è precoce ed estesa: tali piante, il cui legno è comunemente detto “vutullo”, sono molto ricercate dagli artigiani locali che, per altro, riescono a riconoscerle in bosco e ne utilizzano il legno per confezionare principalmente cestini. Ma, in genere, la duramificazione avviene a età avanzata: dal durame delle piante invecchiate, molto pesante e impregnato di resina, si ricavano le cosiddette “tede”, cioè schegge usate un tempo come fiaccole per l’illuminazione e ora utilizzate per accendere i caminetti. Cosicché molte piante vengono slupate e, dopo aver prelevato le “tede”, le cavità vengono parzialmente bruciate e per attenuare i rischi connessi ai danni prodotti. La pratica della resinazione, che prima si effettuava con ottimi rendimenti, è del tutto abbandonata.

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